Rothko a Firenze
Un’imperdibile mostra dedicata al grande maestro dell’arte americana Mark Rothko, con un percorso che esplora l’evoluzione della sua arte, dalle prime opere figurative, in dialogo con l’Espressionismo e il Surrealismo, alle celebri tele astratte degli anni Cinquanta e Sessanta, approfondendo anche la sua connessione con la tradizione artistica italiana. In mostra una selezione straordinaria di opere, tra cui grandi dipinti mai esposti in Italia, provenienti da prestigiose collezioni private e musei internazionali come il MoMA e il Metropolitan Museum di New York, la Tate di Londra, il Centre Pompidou di Parigi e la National Gallery of Art di Washington.
Rothko è noto per i suoi color field paintings realizzati tra il 1949 e il 1970, ovvero dipinti in cui l’artista utilizzava un solo colore o una gamma molto ristretta, di formato rettangolare, riconducibili alla corrente espressiva che si sviluppò negli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale e che ebbe tra i suoi massimi esponenti artisti come Jackson Pollock, Philip Guston, Helen Frankenthaler, Hans Hofmann e tanti altri. Rettangoli orizzontali, campiture morbide e stratificate, dove il colore vibra senza mostrare la pennellata, espressione intensa del suo dramma interiore.
Rothko sviluppò un linguaggio radicale e personale: nessuna figura o simbolo evidente, ma colore ovunque per eliminare ogni distrazione e offrire all’osservatore un’esperienza quasi spirituale. Le grandi tele non si guardano da lontano, ma si abitano e il colore diventa uno spazio mentale. Nei suoi dipinti si può cogliere una tensione esistenziale profonda, il tempo sembra sospeso, le campiture si fronteggiano come presenze silenziose. Lo stesso Rothko diceva: “Io penso che il colore, aiutato dalla luce, entri in relazione con l’anima e comporti conseguenze emotive inattese”. Per questo consigliava di osservare le sue opere da vicino, quasi a distanza intima, per lasciarsi avvolgere completamente dal campo cromatico: i suoi rossi profondi, i neri stratificati, i viola e gli aranci incandescenti sono campi di tensione emotiva, quasi spazi interiori in cui si riflettono solitudine, fragilità, silenzio, ma anche una forma di trascendenza.
Categorico il suo rifiuto di un’arte puramente decorativa: l’arte doveva parlare alle emozioni profonde, non limitarsi ad essere “bella”. L’artista era un uomo dalla mente complessa, contrario alle etichette, in particolare a quella di “colorista”, e un pittore in continua ricerca di rappresentare la precarietà del dramma umano.
Un’occasione da non perdere: la mostra fiorentina costituisce senza dubbio una delle più importanti mostre mai dedicate a Mark Rothko.
Rothko è noto per i suoi color field paintings realizzati tra il 1949 e il 1970, ovvero dipinti in cui l’artista utilizzava un solo colore o una gamma molto ristretta, di formato rettangolare, riconducibili alla corrente espressiva che si sviluppò negli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale e che ebbe tra i suoi massimi esponenti artisti come Jackson Pollock, Philip Guston, Helen Frankenthaler, Hans Hofmann e tanti altri. Rettangoli orizzontali, campiture morbide e stratificate, dove il colore vibra senza mostrare la pennellata, espressione intensa del suo dramma interiore.
Rothko sviluppò un linguaggio radicale e personale: nessuna figura o simbolo evidente, ma colore ovunque per eliminare ogni distrazione e offrire all’osservatore un’esperienza quasi spirituale. Le grandi tele non si guardano da lontano, ma si abitano e il colore diventa uno spazio mentale. Nei suoi dipinti si può cogliere una tensione esistenziale profonda, il tempo sembra sospeso, le campiture si fronteggiano come presenze silenziose. Lo stesso Rothko diceva: “Io penso che il colore, aiutato dalla luce, entri in relazione con l’anima e comporti conseguenze emotive inattese”. Per questo consigliava di osservare le sue opere da vicino, quasi a distanza intima, per lasciarsi avvolgere completamente dal campo cromatico: i suoi rossi profondi, i neri stratificati, i viola e gli aranci incandescenti sono campi di tensione emotiva, quasi spazi interiori in cui si riflettono solitudine, fragilità, silenzio, ma anche una forma di trascendenza.
Categorico il suo rifiuto di un’arte puramente decorativa: l’arte doveva parlare alle emozioni profonde, non limitarsi ad essere “bella”. L’artista era un uomo dalla mente complessa, contrario alle etichette, in particolare a quella di “colorista”, e un pittore in continua ricerca di rappresentare la precarietà del dramma umano.
Un’occasione da non perdere: la mostra fiorentina costituisce senza dubbio una delle più importanti mostre mai dedicate a Mark Rothko.
Note di accesso:
L'ultimo ingresso è un'ora prima della chiusura.
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